GLI AMINOACIDI IN AGRICOLTURA DI P. DORMIO

GLI AMINOACIDI IN AGRICOLTURA DI P. DORMIO

L’impiego di fertilizzanti e biostimolanti biologici a base di amminoacidi,
rappresenta una delle opportunità che consente, all’agricoltura biologica, di
mantenere gli standard produttivi e qualitativi comparabili alla produzione
convenzionale.
Sul mercato esiste una grande ed estrema variabilità di matrici e di prodotti,
quelli che predominano sono i prodotti di origine animale. Oggi il mercato sta
cambiando. Molti consumatori, non solo vegani e vegetariani, chiedono di
consumare vegetali non trattati con prodotti di origine animale. La crescente
richiesta di prodotti di IV gamma, impone, per alcune catene di distribuzione,
l’ottenimento di vegetali con un ridotto contenuto di nitrati e il non impiego di
prodotti di origine animale, specialmente se applicati per via fogliare, in
quanto potrebbero implicare problematiche di ordine sanitario. Anche per la
normativa, relativa all’uso di prodotti di origine animale, si prevedono
cambiamenti e limitazioni nell’impiego. Per questi motivi, l’innovazione
tecnologica nell’ambito dei fertilizzanti e biostimolanti, si sta indirizzando
verso prodotti di origine vegetale.
In questo breve articolo cercherò, dal mio punto di vista di tecnico del settore,
di indicare brevemente e in maniera semplice, gli aspetti che consentono di
valutare la qualità di un prodotto di origine animale e individuare alcuni nuovi
interessanti prodotti a base vegetale che rappresentano, a mio avviso, il
futuro nell’ambito delle coltivazioni agricole biologiche e non solo.
Ecco una breve analisi dei prodotti di origine animale.
Nella convinzione comune si crede che la qualità di un prodotto a base di
aminoacidi di origine animale, sia determinata al contenuto di azoto totale.
Per esempio, se confrontiamo un prodotto di origine animale con titolo di
azoto totale pari al 8% (uno dei titoli più presenti sul mercato) con un prodotto
che ha un titolo in azoto totale pari al 6%, ci aspettiamo che quello col titolo
più alto sia il migliore ed abbia un costo maggiore. Non è sempre così e i
motivi sono diversi. E’ necessario innanzitutto conoscere la matrice da cui
quel prodotto è stato ricavato, per esempio se il prodotto è stato ottenuto da
carniccio o da epitelio (per inciso, i prodotti ottenuti da epitelio generalmente
sono migliori rispetto a quelli ottenuti da carniccio). E’ importante conoscere il
grado di idrolisi del prodotto, cioè, continuando con l’esempio precedente,
sia il carniccio che l’epitelio, sono costituiti da proteine, ovvero delle grandi

molecole che sono costituite da unità di base chiamate amminoacidi. Per
semplificare, è come se le proteine fossero un grande muro e gli amminoacidi
i mattoni che compongono il muro. Più l’idrolisi è spinta, maggiore è la
frammentazione delle proteine e maggiore è la quantità di aminoacidi presenti
nel prodotto finito. Nei prodotti finiti, si trovano anche molecole intermedie,
peptidi e oligopeptidi meno assimilabili rispetto agli amminoacidi. Pertanto,
maggiore è la quantità di aminoacidi rispetto alle altre componenti, migliore è
la qualità del prodotto.
Bisogna anche distinguere tra la quantità di amminoacidi totali e la quantità di
amminoacidi liberi perché sono proprio gli amminoacidi liberi che vengono
facilmente assimilati ed hanno una funzione oltre che nutrizionale anche
biostimolante. Generalmente nei prodotti di buona qualità, il contenuto di
amminoacidi liberi viene riportato in etichetta. 
Degli aminoacidi è anche importante conoscerne la composizione cioè
avere un’analisi percentuale dei singoli aminoacidi presenti nel prodotto,
ossia l’amminogramma. Questo perché, per esempio, un prodotto che
contiene più triptofano (un aminoacido che rappresenta un importante
precursore nella biosintesi dell’auxina nelle piante) sarà diverso da un
prodotto che contiene alanina (un aminoacido che potenzia l’attività
fotosintetica e il contenuto di clorofilla), quindi a seconda degli
amminogrammi, otterremo risposte diverse dopo le applicazioni.
Fondamentale, ancora, è conoscere il tipo di idrolisi applicata per rompere le
proteine. Le tecniche sono: l’idrolisi chimica e l’idrolisi enzimatica. Nel primo
caso, per rompere le proteine, si usa una sostanza chimica abbinata ad alte
temperatura e sostanze acide o alcaline che alzano di molto o abbassano di
molto il valore del pH. Nel secondo caso per l’idrolisi enzimatica si ottiene la
rottura delle proteine mediante l’aiuto di enzimi operando a temperature più
basse cioè 40-50 °C e in condizioni di pH neutro. A seconda del metodo di
lavorazione, si otterranno amminoacidi levogiri o destrogiri, cioè è possibile
ottenere dei diversi racemi. Dato che le piante apprezzano gli amminoacidi
levogiri, maggiore sarà il contenuto di essi in un prodotto, migliore sarà il
prodotto stesso dunque, il processo di lavorazione influisce sulla bontà del
prodotto.
Si comprende ora, come prodotti con titolo di azoto organico più basso,
possano dare risposte vegetative migliori rispetto a prodotti con titolo azotato
più alto. Essi determinano una potente risposta biostimolante nelle piante

perché la tipologia di aminoacidi presenti e la loro purezza consente di
esplicitare la massima risposta vegetale. 
Le matrici di origine vegetale impiegabili in agricoltura biologica sono
molteplici. Si può passare da una materia prima estremamente semplice,
come la borlanda, fino ad arrivare agli estratti di vegetali, tra questi ultimi ci
sono prodotti che derivano dall’idrolisi enzimatica di biomasse di fabacee. In
questo ultimo caso si tratta di utilizzare come materia di partenza una
biomassa di leguminose e attraverso processi produttivi specifici ottenere
sostanze idrolizzate. Tali prodotti hanno un contenuto di aminoacidi
considerevole e hanno una elevata concentrazione di composti attivi che
sono altamente affini alle colture. Negli estratti idrolizzati di fabacee ci sono
principalmente aminoacidi liberi levogiri e il triacontanolo. Queste sostanze
consentono una maggiore attivazione del processo fotosintetico, una
profonda attività biostimolante, hanno ottimi effetti antistress e consentono la
riduzione del contenuto di nitrati all’interno dei tessuti vegetali. Questo ultimo
aspetto è fondamentale per le colture orticole da foglia e per le colture di
quarta gamma.
L’applicazione radicale e fogliare di questi prodotti provoca una potente
azione biostimolante sulle colture e un’azione ormonosimile a quella ottenuta dall’uso dalle gibberelline

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