IL PERO, UNA COLTURA DA RISCOPRIRE. DI L. CATALANO

IL PERO, UNA COLTURA DA RISCOPRIRE. DI L. CATALANO

A cura di Agrimeca Grape and Fruit Consulting srl, Turi (Bari)

Il pero è abituale abitante dei territori dell’areale mediterraneo, dall’Europa centrale fino
all’Estremo Oriente, che si presenta sotto differenti habitus vegetativi e per tipologia di frutto
(forme, colori, consistenza e sapori).
Negli aridi areali dell’Italia meridionale è facile ritrovare piante di pero e perastri che molto spesso
crescono, tra le pietre dei muretti a secco, spesso sentinelle di orizzonti infiniti, in territori ostili
alle altre specie arboree. Questa ampia presenza e diffusione è il segnale inequivocabile di una
specie ben adattata nei nostri territori, sebbene a questo non sia seguita la realizzazione di
impianti specializzati.
Il pero in Italia
In Italia risultano coltivati oltre 30.500 ha, con una produzione media annua di circa 0,75 milioni di
tonnellate. Negli ultimi anni si sta assistendo a una forte contrazione degli ettari dedicati a questa
coltura, anche la produzione nel 2019 si è ridotta del 40% rispetto alla media degli anni precedenti
per i danni causati dalla cimice asiatica (Halyomorpha halis) (Istat, 2019).
In Italia sono censite numerose varietà autoctone (circa 700); di queste, quasi il 10% sul solo
territorio pugliese. Il lavoro di recupero del germoplasma autoctono regionale, nell’ambito del
progetto integrato “Re.Ge.Fru.P.”, ha permesso di ritrovare più di 200 accessioni appartenenti a
differenti varietà, oggi allevate presso i campi del Centro Regionale per la Conservazione ex situ
delle specie arboree da frutto del CRSFA “Basile Caramia” in agro di Locorotondo.
Nonostante questa ricchezza genetica, in Italia l’85% della produzione è ottenuta da solo 5 varietà
coprono: Abate Fetel (43%), William (22%), Conference (9%), Kaiser (6%) e Decana del Comizio
(3%). La restante parte è rappresentata dalle varietà precoci come Coscia, Santa Maria, Bella di
giugno, Spadona estiva ed altre.
Alla continua ricerca di soluzioni valide per sostenere il reddito delle aziende frutticole, può il pero
costituire una specie frutticola d’interesse per la frutticoltura meridionale?
Esperienze di pericoltura regionale
I mercati all’ingrosso di Fasano, Terlizzi, Molfetta, sono riforniti di varietà estive locali,
caratterizzate da frutti di piccola pezzatura ma succosi e saporiti, come le varietà A sole,
Ambrosina, Favarsa, Recchia falsa, Carmosina, Vetro. Data la rarità in Puglia di impianti pericoli
specializzati i frutti provengono da piante sparse coltivate a margine di oliveti, mandorleti o
vigneti, spesso innestate a dimora su esemplari spontanei di perastri selvatici (P. amigdaliformis)
noti come “pirazzi” o “calaprisc”. Nell’ambito di azioni di rinnovamento dell’agricoltura previsti dai
PIM (Programmi Integrati Mediterranei, i precursori degli attuali PSR) in Puglia negli anni ’80
furono costituiti impianti secondo gli schemi colturali adottati in Emilia-Romagna con varietà
precoci come Bella di Giugno, Coscia, William, Dr. Guyot, e la più tardiva Conference, in Salento e
in zone della murgia barese. Il ritrovamento, nel 1990, in Italia di un focolaio di colpo di fuoco

batterico (Erwinia amylovora) pose fine a questa esperienza in quanto seguì un massiccio
programma di abbattimenti per l’eradicazione del batterio
La presenza diffusa di piante di pero nei territori meridionali è la prova concreta della possibilità di
coltivare questa specie anche nei nostri areali. Questa possibilità necessita tuttavia di scelte
tecniche corrette pena l’ottenimento di risultati scadenti in termini quantitativi e qualitativi.
La scelta del portinnesto
Così come per il melo, anche per il pero negli anni ’80 sono stati adottati impianti fitti ad altissima
densità, partendo dalle 1250 piante/ha con una palmetta libera e arrivando ad oltre 10.000/ha con
gli assi colonnari ed i cordoni verticali adottati per Abate Fétel.
Tutto ciò è stato possibile grazie alla disponibilità di portinnesti a vigoria ridotta. Si tratta di
differenti selezioni di cotogno (Cydonia oblonga) di cui si ricordano EM A, MC, ed MH, BA 29, Sydo
e Adams.
Ma queste selezioni non sono idonee ad esser impiegate nelle condizioni pedoclimatiche del
meridione in quanto i cotogni mal sopportano i terreni calcarei, aridi e siccitosi .
Pur se non testati a sufficienza nelle condizioni pedoclimatiche locali, le selezioni clonali di franco:
Farold® 40 Daygon, Farold® 69 Daynir e Farold® 87 Daytor sono riportati essere tolleranti al colpo
di fuoco batterico ed al fitoplasma della moria del pero.
Tra i franchi di pero, idonei alla costituzione di impianti con densità massima di 2.000 piante/ha,
sono da considerare quelli della serie Fox caratterizzati da rusticità e pertanto idonei per terreni
sub calcarei e marginali (Fox 11 e Fox 16) o per terreni più pesanti e sub calcarei (Fox 9).
Altri portinnesti franchi sono costituiti da selezioni standard di P. communis o P. betulaefolia,
presentano una maggiore vigoria e permettono di realizzare impianti di più modeste densità (fino
a 1.000 piante/ha). Altro punto a sfavore è quello di una piena entrata in produzione più ritardata
rispetto alle selezioni di cotogno. Però hanno tuttavia il vantaggio di non presentare i suoi lati
deboli: sofferenza al calcare e alla clorosi ferrica, brusone delle foglie, scarso ancoraggio al
terreno.
La scelta varietale
La produzione di pere in Italia è concentrata in Emilia Romagna e Veneto. Nelle regioni centro
meridionali e nelle isole (specialmente in Sicilia) è concentrata la coltivazione di ben oltre il 75%
delle pere precoci estive che rappresentano circa l’11,5% del totale.
Noi abbiamo la possibilità di consumare pere durante tutto l’anno, in particolare le varietà
autunno vernine (Abate Fetel, Conference, Decana del Comizio, Kaiser) in quanto il frutto è in
grado di maturare una volta raccolto in quanto trattasi di un frutto climaterico.
Differentemente le pere estive, idonee ad essere coltivate nel meridione, dovrebbero esser
destinate a un consumo più immediato per salvaguardare sapori ed aromi unici, senza ricorrere
alla conservazione in celle.
Sistemi colturali

Nelle condizioni pedoclimatiche del meridione il ricorso ai portinnesti franchi è scelta obbligata.
Nonostante ciò, sfruttando l’acrotonia della specie è possibile realizzare impianti allevati a vaso
libero con densità di 1000 piante/ha senza l’utilizzo di strutture di sostegno.
Oltre il vaso libero potrebbe esser adottata la palmetta (libera o anticipata) con piante meno
sviluppate in altezza e più in senso trasversale al filare. Così facendo è possibile sfruttare la
caratteristica dei rami anticipati emessi naturalmente o indotti a vivaio con l’utilizzo di
fitoregolatori. Alla base di questa forma di allevamento vi è il principio di assecondare la naturale
predisposizione degli alberi alla ramificazione, riducendo al massimo gli interventi cesori per
formare così in tempi più brevi la struttura produttiva e per anticipare l’entrata in produzione delle
piante. Per far ciò è necessaria una struttura di sostegno costituita da palificazione e 3-4 fili. Una
volta piantato l’astone, questo va piegato sul primo filo (a circa 70 cm dal suolo), così da stimolare
la produzione di nuovi germogli nella zona della curvatura; il più vigoroso di essi costituirà l’asse
centrale della pianta e gli altri le branche laterali.
Problematiche fitosanitarie
La difesa del pereto richiede attenzione ed elevate capacità tecniche dati i numerosi organismi
nocivi per la coltura che possono causare ingenti perdite di prodotto e/o inficiare la qualità dello
stesso. Ad oggi la cimice asiatica, contro cui non si conoscono mezzi veramente efficaci se non la
protezione fisica degli impianti con reti anti-insetto, ha causato grosse perdite di prodotto.
Il colpo di fuoco batterico (fire blight) è la più grave malattia per la coltura. Considerata
l’epidemiologia del batterio, le norme precauzionali da adottare assumono grande importanza nel
contenimento della malattia e per evitare la sua diffusione. Il ciclo di E. amylovora si svolge
completamente in associazione con la pianta ospite. A partire dai cancri iniziali, sorgenti primarie
d’infezione, essa si diffonde grazie agli essudati batterici sparsi da eventi metereologici quali
vento, pioggia, nebbie; da vettori alati come insetti ed uccelli; dall’uomo attraverso gli attrezzi di
potatura, con penetrazione dei tessuti vegetali attraverso i fiori o le ferite di rametti, germogli e
foglie. L’utilizzo di materiale di propagazione certificato è fondamentale, così come un continuo ed
attento monitoraggio dell’impianto e delle specie selvatiche circostanti che possono fungere da
ospiti secondari (perastri, biancospini, nespolo germanico, azzeruoli, ecc.), avendo cura di
rimuovere, portare fuori dal campo e distruggere con il fuoco gli organi eventualmente infetti.
Altra buona pratica è quella della protezione con reti antigrandine degli impianti, considerato che i
danni causati sulla vegetazione dalle grandinate costituiscono una facile via d’ingresso per il
batterio. L’adozione di varietà resistenti è l’obiettivo a cui i breeding sta puntando.
Altra malattia grave, causata da fitoplasmi, è la moria del pero (pear decline), che può avere un
decorso lento o rapido. Le piante infette in estate presentano foglie rosso carminio o vinoso,
frattura vitrea e lamina piegata a doccia verso l’alto, con precoce filloptosi. Seppur deperite a
causa della ridotta funzionalità del floema, occluso dai fitoplasmi, le piante possono sopravvivere
per anni. In questo caso però fungono da serbatoio d’infezione per gli insetti vettori, la psilla del
pero, che può così infettare ampie aree dell’impianto. Anche in questo caso, oltre all’utilizzo di
materiale di propagazione sano, è importante l’adozione di un attento monitoraggio volto ad
eradicare tempestivamente le piante infette ed un puntuale controllo dell’insetto vettore.

Conclusioni
Può essere conveniente e remunerativo investire nella coltivazione del pero?
Se è vero che il moderno consumatore è alla continua ricerca di nuovi prodotti e frutti per
soddisfare il proprio gusto e la curiosità verso nuovi sapori seppur propri di antichi frutti autoctoni,
la risposta è di sicuro affermativa.
Il miglioramento genetico ha messo a disposizione moderne varietà che permettono di incontrare
un più ampio panorama di consumatori, a cui potrebbero anche essere proposti i frutti di varietà
autoctone con aromi, gusti e sapori unici di tutto rispetto. Chi oggi volesse imbarcarsi nella
coltivazione di pere estive di varietà moderne ed autoctone, può contare su materiali di
propagazione sani, vivaisti in grado di produrre astoni su diversi portinnesti in relazione alle
specifiche condizioni pedoclimatiche ed agronomi specializzati nella gestione di impianti frutticoli.

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